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Andrea Aldrighetti sommelier consulenza esperto vino vini e grappa grappe

6 Settembre 2012
Declinazione Nosiola. Orgoglio, tecnica e territorio!

Al recente evento "Ar-Riva-no i Vignaioli", la mostra-mercato organizzata dall'Associazione dei Vignaioli del Trentino nello scenario della Rocca di Riva del Garda, è stata proposto un interessante approfondimento dedicato alla più importante varietà indigena a bacca bianca della provincia di Trento: "Declinazione Nosiola: annate, territori e uomini di un’insospettabile passione trentina”.

La degustazione, condotta da Aurora Endrici con sette (dei nove) produttori che hanno messo a confronto ben sedici vini, è stata una buona occasione per valutare lo stato di salute di questa bistrattata varietà, oggi ridotta a soli 76 ettari sopravvissuti all'inarrestabile(?) avanzata di varietà come il pinot grigio, lo chardonnay o il traminer. 

Perché l'abbandono della nosiola nelle vigne trentine?

Quello che si racconta in questi casi è la solita, vecchia storiella trentina: colpa delle cantine sociali, colpa della varietà difficile, colpa del mercato e del pinot grigio, colpa dei bianchi aromatici. Tutto vero, almeno in parte. Anche i vignaioli indipendenti prima o poi dovranno fare mea culpa per come hanno trattato nei decenni passati alcuni vitigni della tradizione come nosiola, marzemino o teroldego, solo per citare i più importanti. L'atavico Trentino vinicolo fatto di schiava, enantio lambrusco a foglia frastagliata, rossara, pavana, negrara, peverella, vernaccia, veltliner, groppello, è ineluttabilmente morto: non è l'iniziativa di un singolo produttore che può salvare questa o quella varietà dall'oblio prima della scomparsa ma l'orgoglio di tanti vignaioli (indipendenti e no) che ci credono (e investono).

Per fortuna la nosiola dimostra di avere talento.


Sia in versione dolce, il Vino Santo, che nelle versioni secche. Sì, è obbligatorio usare il plurale parlando della Nosiola "secca" viste le tante interpretazioni: vinificata in bianco, con le bucce, in anfora, con appassimento, "elevata" in legno di rovere, di acacia, in botte, in barrique, in acciaio. Poi con le bollicine, metodo charmat corto o lungo, e perché no, rifermentata in bottiglia, sur lie o "col fondo".

Ecco che dai 76 ettari nascono tanti vini diversi per stile, fisionomia e tecnica. La domanda in questi giorni se l'è già posta qualcuno: qual'è l'identità della Nosiola? La degustazione proposta dai Vignaioli è stata ricca di emozioni, di stupore, di conferme e di smentite. Al termine il mio stato d'animo era piacevolmente confuso. Ho assaggiato alcuni vini sorprendenti, perfettamente integri e gustativamente brillanti dopo una, due o tre decine di anni dalla vendemmia.

Sono due le principali zone d'elezione della nosiola, pur essendo coltivata in quasi tutta la valle dell'Adige e nelle valli che vi si affacciano.

Pressano, Sorni, San Michele all'Adige.


Alle pendici del monte Corona, la fascia di vigneto che dal conoide di Faedo scorre in direzione sud fino a Pressano è caratterizzata da terreni più antichi, terre rosse e brune che derivano da rocce calcaree, arenarie porfiriche, strati gessosi-evaporitici appartenenti alle formazioni che si trovano alla base stratigrafica delle Dolomiti. Da qui provenivano alcuni dei Nosiola più apprezzati durante la degustazione.

Nosiola a Sorni

La Nosiola 2008 di Alessandro Fanti, vendemmiata in ottobre, è fredda e minerale, leggermente pepata al naso. In bocca ha carattere salino e roccioso, freschissima. Un vino da attendere qualche lustro. L'annata 2006 è più matura, pare quasi stanca e svogliata, al palato è più densa della precedente, meno salina.

La Nosiola dei fratelli Cesconi fraseggia con quella di Fanti. Vecchie pergole a 500 metri, da cinquanta fino quasi cento anni d'età, il vino matura in parte in legno d'acacia, il mosto in piccola parte può fermentare sulle bucce. Il vino del 2002 è di colore dorato, brillante, al naso è minerale e agrumato, in bocca è morbido, sapido, esile ed elegante. Giovanissimo, uno dei migliori. L'annata 2001 si presenta più dolce al naso, il legno ha lasciato piccole tracce, una leggera speziatura vira verso fresche note vegetali, di agrumi e pepe.

La Nosiola 2003 di Pojer e Sandri fa vibrare. Un vino dai profumi lievi che sembrano solo accennati, puliti, una sensazione iniziale di rôti, di pietre arroventate dal sole, un naso dolce di uva fresca, aspro di lime. Succoso. 

A questo punto tastare il polso a bottiglie di vent'anni più vecchie, sembrerebbe una pazzia. La Nosiola del 1983 (chissà che annata fu, io andavo all'asilo in Val Camonica) invece è soltanto pazzesca. il colore è paglierino intenso, lo vedi ancora giovane, lucente. Intenso, roccioso, balsamico, profuma di ghiacciaio, di canfora e menta. In bocca è esile, salatissimo da invadere il palato. Emozionante. Sì, è vero.

La Nosiola del 1992 di Zeni è ormai troppo evoluta e tabaccosa, ma al palato è ancora viva la mineralità portata in dote dai terreni di Sorni.

Valle dei Laghi.


La Valle dei Laghi è un corridorio naturale che collega la Valle dell'Adige con il Lago di Garda. I terreni sono impostati su rocce più giovani, calcari più fini e marnosi, scagliosi. Qui soffia l'Ora, il vento del Garda, l'ingrediente segreto del Vino Santo Trentino. Quello principale è, manco a dirlo, la nosiola, che qui si fa più femminile, più burrosa.

Alessandro Poli presenta il 2008 di Maiano Bianco, uva appassita per un mese e vino fermentato in acacia. Il miele, uno strudel di mele caldo rinfrescato dal profumo di buccia di limone. Secco, maturo e succoso con un finale di bocca che ricorda il confetto.

L'Ora 2001 di Pravis è oro nel calice, complesso, dal fruttato rôti, esotico, arioso, con note di zenzero e miele, piccante. Rotondo, avvolgente e glicerico quasi volesse essere un vino dolce ma è secco, bilanciato e rinfrescato da una buona dose di sale. Fuori dal coro, ma intonatissimo.

Il Vino Santo, assaggia quello che vuoi, difficilmente lascia indifferenti. Ha sorso e leggerezza esemplare per un vino (così) dolce, da leccarsi i baffi. Mi è piaciuto il Pisoni del 1993, mieloso e piccante, con note di wasabi, di radice di genziana, di idrocarburo, dalla beva scorrevole. Mi ha impressionato il Pedrotti del 1986, una creme brulee liquida, maestoso in bocca. Fini da perdersi nel calice per qualche ora, se non fossero così golosi, i Vino Santo del 1994 di Alessandro Poli e del 1982 di Pravis.

Trento e Vallagarina.


Un'altra interpretazione arriva da Cognola, sulla collina sopra Trento, terreni simili a Pressano e Faedo. E' la Nosiola Fontanasanta 2009 di Elisabetta Foradori. Lunghe macerazioni in anfore di terracotta plasmano la nosiola  a renderla pungente, esotica nel senso di inusuale. Fresca e viva, profuma di erbe, di selvatico, di fragola. Chissà dove andrà.

Più a sud si incontra Castel Noarna, un terrazzo affacciato sulla valle dell'Adige, di fronte a Rovereto. Calcari, marne, basalti e argille compongono il terreno. La Nosiola 2002 ha un naso dolce e maturo di cotogna, un po' stanco, si sente il rovere dove ha fermentato e affinato a lungo. L'annata 2001 mostra meno incertezza nei profumi, è più fresca, minerale (talco) e con un colore lucente, cremosa e salata in bocca.

Il territorio ha la meglio sulla tecnica?


Domanda da un milione di euro, la risposta non ce l'ho, però un'idea me la sono fatta.

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